Una volta mi trovavo all’aeroporto di Pescara dove eravamo atterrati con l’elicottero per fare rifornimento di combustibile e da lì ripartire alla volta di Pratica di Mare.

Le condizioni meteorologiche non erano un granché tanto che la visibilità era scarsa, meno di un chilometro, a causa di una pioggerellina fitta fitta. Il paesaggio intorno era, di conseguenza, grigio e triste e l’umidità faceva penetrare, come si dice, il freddo nelle ossa.

Tuttavia, finito il rifornimento, mi confrontai con l’altro pilota e decidemmo di partire comunque prevedendo di bucare quello che avevamo stimato fosse solo un sottile strato di nuvole al disopra del quale sapevamo di trovare una visibilità ottima. 

Dunque decollammo e, come previsto, salimmo per entrare nelle nubi, cosa che avvenne prestissimo perché erano davvero basse.

Dentro la nuvola non riuscivamo a vedere assolutamente nulla, soltanto un inquietante grigiore che ricordava lo zucchero filato e che mi costrinse a concentrare l’attenzione sul pannello strumenti per mantenere l’elicottero con l’assetto giusto. Salii a 1000 piedi, 2000, 3000 e ancora niente, sempre zucchero.

Cominciai a sentire un fastidioso brivido dietro la schiena quando mi venne in mente che l’elicottero non poteva salire all’infinito e che avremmo potuto incrociare altri aeromobili e fare una frittata.

Quando ormai avevo perso le speranze, a ben 12500 piedi, sbucammo da quello strato nuvoloso tutt’altro che sottile.

L’ansia che mi aveva attanagliato lo stomaco si dileguò istantaneamente alla vista di uno spettacolo che mi lasciò senza fiato.

Un immenso tappeto di soffice ovatta bianchissima illuminata da un sole splendente.

Una delle prove dell’esistenza di Dio – pensai, mentre guardavo rapito intorno a me uno scenario che, per un pilota di elicotteri che vola a basse quote, era straordinario.

La nube grigia e triste dell’aeroporto di Pescara ora era bianca e splendente, affascinante.

 

È proprio una questione di punti di vista.

 

Eh già, volando in elicottero per 40 anni ho avuto la fortuna, tra l’altro, di comprendere l’importanza del punto di vista.

Ciò che avevo sempre visto da terra, dall’alto era completamente diverso, facevo fatica a riconoscere anche posti che conoscevo benissimo, costringendo la mia mente a rielaborare l’immagine di quella e di tante altre località, compresa casa mia. 

La stessa cosa accade, se ci pensi, quando ci accorgiamo che quello che vediamo, ascoltiamo, percepiamo è diverso da quello che vedono, ascoltano e percepiscono gli altri.

 

Ma non vedi che è così?

Scusa, lo senti o no?

 

E siamo così sicuri che l’altra persona sia…distratta, se non peggio, da non prendere nemmeno lontanamente in considerazione il fatto che, per una serie di ragioni, ognuno di noi vive e interpreta l’esperienza sensoriale in modo del tutto soggettivo.

I motivi possono essere tanti e complessi.

Da un modo diverso di acquisire il segnale proveniente dai sensi, se siamo miopi o un po’ sordi o se abbiamo le mani delicate o callose. 

Ma soprattutto, quello che è spesso diverso è il significato che ciascuno attribuisce all’informazione sensoriale.

Quando vedi qualcosa, per esempio, il cervello cerca immediatamente di collegarla a ricordi ed esperienze precedenti per ottenere una risposta immediatamente utilizzabile e, soprattutto, senza spendere troppe energie mentali.

La memoria a breve termine, infatti, che si occupa di elaborare rapidamente quelle informazioni, ha risorse limitate, da 5 a un massimo di 9 contemporaneamente (George Miller), oltre le quali seleziona quelle che pensa gli servano e cancella le altre. E dato che ognuno di noi ha una sua cultura, un vissuto proprio, esperienze del tutto personali, ecco che anche l’interpretazione del mondo è del tutto personale e diversa da quella di chiunque altro. 

Cioè, se non la vede come la vedi tu, non lo fa apposta per farti dispetto, ma è davvero quello che il suo cervello gli suggerisce di vedere per fare in fretta ed evitare di sprecare troppe energie mentali, usando delle scorciatoie, le cosiddette euristiche.

Generalmente, nella maggior parte dei casi ci azzecca, ma qualche volta può commettere anche clamorosi errori che comunque non sarà così facilmente disposto ad ammettere.

 

E tutto questo a cosa mi serve?

 

Ti serve, ti serve…

 

Vedi, comprendere il punto di vista dell’altro, comprendere, non essere necessariamente d’accordo, ti può tornare utilissimo per entrare in empatia (dal greco antico empatéia, da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”) e predisporre le basi per comunicare in maniera efficace, cioè ottenere il risultato che desideri, tenendo conto delle sue esigenze.

Quando lo farai il tuo cervello potrebbe protestare generandoti delle sensazioni fastidiose, spesso localizzate nello stomaco, come se qualcuno te lo stringesse, per segnalarti che stai facendo una forzatura.

Sii indulgente e accetta un piccolo fastidio e questo ti ripagherà ampiamente dello sforzo fatto. 

 

Vantaggi

 

Questo atteggiamento di apertura verso l’altro ti farà vivere meglio nel tuo ambiente di lavoro dove, spesso, riuscire ad accettare il punto di vista degli altri favorisce la creatività e soluzioni inaspettate a problemi apparentemente irrisolvibili. 

La vita di coppia a volte nasconde delle insidie dovute proprio a un diverso approccio alla vita tra uomo, portato per sua natura ad avere una visione più focalizzata e occuparsi maggiormente dei dettagli, e la donna che, invece, ha un punto di vista più ampio che le consente di avere una migliore visione d’insieme anche a discapito di qualche dettaglio.

 

 

 

E che dire dei figli? 

Quando si trovano generazioni diverse a confronto può essere davvero impegnativo trovare un punto di incontro, salvo che non ci si predisponga ad ascoltare e immedesimarsi nell’altro.

Essere disponibile a osservare qualcosa da uno o più punti di vista diversi, ti aiuta inoltre ad abituarti a stimolare i tuoi schemi abituali consentendoti di crearne di nuovi, magari più versatili ed efficaci. 

Pensa che, ogni volta che lo farai, potrai imparare qualcosa di nuovo e crescere ancora, e ancora, e ancora….

 

Giuseppe Vargiu

(SPC) SinaPsiCoaching

 

 

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3 Replies to “Questione di…punti di vista”

  1. Grazie Joe. Un mio caro insegnante di ripresa cinematografica una volta mi disse: non dire mai “non hai capito”, semmai “non mi sono spiegato”. Bisogna stare sull’altro, come in teatro.
    Ps. Io quando prendo l’aereo non distinguo i luoghi.

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