(Tempo di lettura 5′)

Hai finalmente raggiunto la pensione?

 

Vorresti tornare indietro o andare avanti?

 

Dai, riflettiamo un po’ sul significato e sulle implicazioni psicologiche che il raggiungimento di questo traguardo comporta.

 

20 giorni fa ho salutato i miei colleghi, ho lasciato la Guardia di Finanza dopo quasi 42 anni di servizio perché, dal giorno dopo, per raggiunti limiti di età – 60 anni – sono stato posto, come si dice, in congedo.

È sicuramente un momento importante quello del collocamento in pensione perché comporta una serie di cambiamenti profondi che hanno o possono avere un impatto psicologico più o meno intenso per la persona che vive questa esperienza.

 

 

Sinapsicoaching, questo blog che ho il grande piacere di curare da ormai un anno, significa per me, tra le altre cose, soprattutto condivisione e questa esperienza vale sicuramente la pena di essere condivisa, sia con coloro che a breve mi seguiranno che con quelli per i quali la pensione è un traguardo ancora lontano da raggiungere, specie con questi chiari di luna, come direbbero a Napoli, dal punto di vista della normativa di settore continuamente in aggiornamento (al ribasso, ovviamente – sigh! ).

In particolare quello che mi propongo, con questo articolo, è di stimolare uno spunto di riflessione e suggerire alcune strategie da adottare per affrontare questo evento importante affinché possa essere vissuto come un’opportunità piuttosto che come un epilogo. 

 

 

Ricordo un collega per il quale non c’era giorno in cui non avesse sul volto un sorriso radioso, di quelli che esprimono gioia e piacere per il proprio lavoro e la propria vita. Era sempre il primo a salutarti incontrandoti nei viali della caserma, anche quando incrociava qualcuno di grado inferiore. Era insomma evidente che venire a lavorare fosse per lui un piacere piuttosto che un dovere.  Poi, un giorno, arrivò anche per lui il momento fatidico del pensionamento.

Pensai a quanto fosse fortunato a smettere di lavorare e, ammetto, provai invidia nei suoi confronti. 

 

Ma per lui non fu così. 

 

Dopo pochi mesi il suo sorriso si spense, per sempre. 

La cosa mi lasciò addolorato e perplesso e soltanto anni dopo, con le esperienze maturate nel campo del fattore umano, del coaching e della psicologia in particolare compresi quanto grande fu il dolore che quel collega provò per essere stato costretto a lasciare il suo amato lavoro fino a provocarne molto probabilmente la fine. 

 

Ebbene si, affrontare un’esperienza del genere è qualcosa che non può e non deve essere assolutamente sottovalutata. 

 

Andare in pensione può essere paragonato a una monoposto di F1 che passa istantaneamente da 300 km/h a zero, specie per chi vive una giornata ricca di impegni stressanti, sia in senso positivo che negativo. L’uomo vive perché, ogni giorno, si sottopone a una certa dose di stress, altrimenti ne morirebbe e non in senso metaforico.

Per questo motivo è necessario tenerne conto e prepararsi al cambiamento, sostituendo le attività che ci producono stress durante il periodo lavorativo con altre di livello adeguato che ci facciano sentire parimenti impegnati, sfidati, stimolati al fine di evitare la sgradevole sensazione di sentirsi inutili. 

Questa necessità diventa tanto più impellente quanto meno cambiamenti siamo abituati a fare nella vita di tutti i giorni, come nel lavoro, specie per quelli come me che hanno  la fortuna di avere un posto fisso. E qui scatta inevitabilmente il sorriso pensando alla magistrale ironia di Checco Zalone nel suo film Quo vado. 

 

Posto fisso e crisi

 

 

Spesso mi sono chiesto Ma è proprio una fortuna avere un posto fisso? 

Certamente dal punto di vista della sicurezza economica può esserlo tenuto conto che, per quanto impegnativo possa essere il lavoro, alla fine del mese lo stipendio sicuramente arriva con tutte le garanzie che questo può comportare.

 

Forse troppe se si osserva la cosa da un altro punto di vista.

 

Albert Einstein scrisse in proposito un bellissimo brano sulla crisi e su ciò che essa comporta riguardo alle possibilità, alle opportunità che, in ogni caso, ne derivano. 

 

 

Egli scrive…

…È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora; senza crisi qualsiasi vento diventa una brezza leggera….

 

Ed è probabilmente vero tanto da farmi riflettere sul fatto che questa è una sensazione che durante i miei 42 anni di servizio non ho mai provato né forse ho mai dovuto attingere a chissà quali risorse rimaste celate dentro di me non avendo avuto mai la necessità vera di doverle cercare. E, devo dire, pur apprezzando la mia sicurezza economica ho sempre provato un po’ di sana invidia per coloro che, ogni giorno, sono costretti invece a farlo.

Come gli imprenditori, in ogni campo, per esempio, che devono, come diceva mammàsturià a’ notte po’ iuorne, ovvero pensare di notte a idee innovative per far sopravvivere la propria attività. Se osservi un imprenditore, quale che sia il livello – dal negoziante al proprietario di una grande azienda – ha un atteggiamento particolare, una luce diversa negli occhi. Il suo livello di allerta è sempre al massimo, pronto a cogliere pericoli per la sua azienda così come nuove opportunità per tenerla viva e concorrenziale per sopravvivere nella giungla del mercato. Perché lui sa che se abbassa la guardia, soccombe e per lui non c’è la garanzia dello stipendio.

E per questo, consentitemi, anche chi combatte quotidianamente e onestamente questa lotta merita rispetto. 

La scelta tra posto fisso e rischio imprenditoriale è, oltre che un fatto sociale, una questione culturale.

Ho molti amici anglosassoni per i quali, per esempio, è assolutamente normale cambiare più volte, nel corso della vita, tipo di lavoro. Ne ho uno, qualche anno più giovane di me, che vive a Melbourne, in Australia, che ha cominciato facendo l’insegnante in una scuola pubblica (vedi posto fisso), ora svolge la professione di Naturopata e, un mese fa, mentre cenavamo insieme durante la sua consueta vacanza italiana, mi raccontava di voler fare l’avvocato!!! e che a breve si sarebbe iscritto all’università.

Inutile dire che la cosa mi ha un po’…sorpreso. 

È probabile quindi che, anche in questo, c’entri la tendenza a esporsi o meno al cambiamento.

E si sa, cambiare non è una cosa che l’essere umano fa volentieri specie se non è abituato a farlo. 

 

Questo, quindi, è il motivo per il quale il pensionamento non deve essere sottovalutato. 

 

Cosa fare?

 

 

Intanto viverlo come un’opportunità piuttosto che una fine pensandola, come amo definirla, libertà finanziaria, geografica e di gestione totale del proprio tempo (ti pare poco?).

 

 

Come ti ho già detto in altri articoli, abituati ad esporti al cambiamento, cominciando da piccole cose fino a quelle più impegnative.

Metti per esempio lo spazzolino nel bicchiere di destra invece che a sinistra oppure cambia percorso quando vai al lavoro o ancora prendi il caffè in un altro bar. Dedica una parte della tua giornata anche ad altri interessi oltre al tuo lavoro, vai in palestra, fai teatro (consigliato vivamente!), studia e tieni in attività neuroni e sinapsi. 

Puoi perfino tirare finalmente fuori dal cassetto, dove è rimasto ad ammuffire chissà da quanto, il tuo sogno e ragionare (quanto meno) sulla possibilità di lavorarci per realizzarlo, magari facendoti aiutare da un Coach (contattami se vuoi, ne sarei felice!) a trasformarlo in un obiettivo vero con tanto di Piano d’Azione.

 

 

Insomma, alzati in piedi, assumi una postura aperta alla Wonder Woman, e prendi il controllo della tua vita focalizzandoti sui tuoi desideri, sogni e obiettivi nella consapevolezza che l’energia si fluisce dove dirigi la tua attenzione.

 

 

Buone vacanze e condividilo con le persone a cui vuoi bene 

 

 

About the Author

Giuseppe Vargiu ()

Website: http://www.sinapsicoaching.it

6 Replies to “Pensione: libertà e cambiamento”

  1. Trovo veramente sagge e sane le tue parole. Ne riconosco e condivido il valore e la veridicita’. Sono come te profondamente convinta che assumendo un nuovo atteggiamento nei confronti delle sfide del futuro possiamo dare davvero.un significato nuovo alla.nostra vita.Davvero complimenti !!!

  2. Noi abbiamo avuto la fortuna di fare come lavoro “il nostro hobby” e per questo, ogni giorno, avevamo uno stimolo in “automatico”.
    Quando sono andato in pensione non ho avuto traumi perché ho pensato che ero stato fortunato e privilegiato, ho solo pensato ora facciamo qualcosa di diverso, e questo mi ha dato lo stimolo per ricominciare con un nuovo “assetto”.
    Sempre ottime argomentazioni.
    Buon cambio di “assetto”
    un abbraccio

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