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Stava osservando il monitor che faceva vedere il cervello di Giorgina, una scimmietta di poco più di un anno, esplorato con straordinaria precisione da un moderno macchinario. In pratica l’immagine a colori sullo schermo evidenziava le zone del cervello che si attivavano quando Giorgina compiva un atto motorio, come adesso mentre stava afferrando una pallina tutta colorata che sembrava incuriosirla molto.

Le zone colorate corrispondevano ai gruppi di neuroni motori che si attivavano per trasmettere le istruzioni ai muscoli della mano per afferrare la pallina. Ogni neurone, in pratica cellule del sistema nervoso, una specifica funzione con altrettanto specifiche informazioni e istruzioni.

Che organo meraviglioso il cervello – pensò il dottor Rizzolatti – responsabile del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma. Accanto a sé aveva Sirmione, l’altra scimmietta con la quale aveva poco prima terminato un altro esperimento e che era ancora collegata al secondo monitor.

 

L’occhio del professore fu attratto da qualcosa di insolito comparso proprio su quel monitor. Guardò con maggiore attenzione e, con sua grande sorpresa, si accorse che nel cervello di Sirmione si erano attivati gli stessi neuroni motori dell’altra scimmietta che giocava ormai con la pallina. Soltanto che Sirmione stava semplicemente osservando attentamente Giorgina senza muovere un muscolo.

Com’era possibile? 

pensò, che si fossero attivati i neuroni motori, quelli che fanno muovere le mani di Sirmione se questa stava lì, assolutamente immobile.

Ipotizzò un guasto alle apparecchiature, che dal successivo controllo risultarono però perfettamente funzionanti. Cominciò a sentirsi eccitato dalla sensazione che forse si potesse trovare di fronte a una nuova scoperta ma, dominando a fatica l’ansia, si affrettò a ripetere l’esperimento della pallina. Ne prese un’altra, stavolta di un verde brillante, dal contenitore appoggiato sul tavolo del laboratorio, e la sistemò a circa un metro dalla scimmietta che aveva afferrato l’altra poco prima. Questa con un balzo agilissimo si avventò sulla pallina afferrandola. Sul monitor si attivarono, come di consueto, i neuroni motori della corteccia prefrontale. Poi, trattenendo il respiro, Rizzolatti spostò lo sguardo sul monitor della scimmietta che stava soltanto osservando e quello che vide gli fece salire un brivido lungo la schiena fin su ai capelli per la gioia.

Era il 1992, e il professor Rizzolatti aveva appena scoperto quelli che battezzò come neuroni specchio.

E se la stessa cosa succedesse anche nel cervello umano? – si chiese immediatamente il professore. 

Grazie alle moderne tecniche di neuroimaging, che sembrano essere innocue e non invasive, il team del professore avviò subito l’estensione delle sperimentazioni su esseri umani. In particolare si avvalsero della PET, Tomografia a Emissione di Positroni, e della fMRI, Risonanza Magnetica Funzionale, le quali permettono di visualizzare, in 3 D e con una stupefacente definizione, le variazioni del flusso sanguigno conseguenti sia all’esecuzione di atti motori sia anche alla sola osservazione degli atti motori stessi.

 

 

E proprio come si aspettavano, ebbero la conferma che nel cervello umano accadeva la stessa cosa che avevano scoperto in quello delle scimmiette. Anzi. La cosa stupefacente fu che i neuroni specchio dell’uomo si attivavano non solo in presenza di un’azione fisica precisa, ma anche di fronte a comportamenti che facevano intuire che l’altra persona avrebbe compiuto una determinata azione, come dire mi sembra che voglia prendere la pallina, quindi attivo i neuroni motori per afferrarla anche se in realtà l’afferrerà un altro. 

Fantastico.

Questo vuol dire, che nell’uomo, la funzione principale dei neuroni specchio è quella di comprendere il significato delle azioni altrui.

 

Funzione apprendimento

 

Un altro ambito molto interessante è quello dell’apprendimento che verrebbe appunto agevolato dal sistema dei neuroni specchio attraverso il quale, osservando i movimenti di un’altra persona, siamo programmati per ripeterli. Questo avviene se conosciamo gli atti motori che stiamo osservando e anche per quelli che non conosciamo. In pratica il metodo usato per migliaia di anni dai cinesi per insegnare le nobili arti marziali ossia quando il maestro dice al suo allievo Osserva e fai quello che faccio io. La stessa cosa accade quando vediamo qualcuno che beve un  caffè e capita di accennare a nostra volta il movimento delle labbra sulla tazzina anche se non l’abbiamo tra le mani. Imitare o  non imitare sembra sia dovuto a un sistema di controllo che, all’occorrenza, inibisce o favorisce l’imitazione del gesto.

 

Empatia fisiologica.

 

E indagando indagando Rizzolatti & co scoprirono ancora che i neuroni specchio svolgono nell’essere umano un’altra importante funzione. Essi consentono, infatti, di percepire e comprendere le emozioni degli altri grazie alla funzione svolta da una complessa area del cervello chiamata insula. Quest’ultima, in particolare, è responsabile della graduazione delle emozioni percepite dai neuroni specchio perché genera risposte di tipo viscerale, tipo forse le farfalle nello stomaco.

È quello che accade quando, per esempio, vediamo qualcuno a cui si sono rotte le uova nella borsa della spesa riversando il contenuto su tutti gli altri alimenti e tendiamo a assumere la sua stessa espressione di disgusto.

Questa si che è una bella notizia! Vuol dire che tendiamo ad essere empatici per natura?

Beh, dal punto di vista fisiologico sembra proprio di si anche se poi bisogna fare i conti con i nostri processi cognitivi.

Insomma, se vediamo qualcuno che ride a crepapelle, poco dopo ne veniamo coinvolti, se ci accorgiamo che un altro sta soffrendo per un dolore fortissimo sembra quasi che lo proviamo anche noi e così via.

Ma se accade che la persona che abbiamo di fronte è affranta, delusa, addolorata, per esempio per non essere riuscita a realizzare quello che voleva, ma è una persona che ci risulta antipatica o verso la quale nutriamo del risentimento, allora ecco che la mente interviene e vanifica tutto il bel lavoro empatico fatto dai neuroni specchio e finiamo per godere per la sofferenza altrui.

In ogni caso, fortunatamente, siamo stati progettati per essere fisiologicamente empatici, cioè in grado di comprendere i nostri simili, sia riguardo alle azioni che fanno che alle emozioni che provano facilitando dunque le relazioni interpersonali.

Mai come in questo caso si può dire valga la pena di assecondare l’istinto.

Trovare l’empatia è condizione essenziale per comunicare in maniera efficace, ricordi?

Se hai voglia di approfondire l’argomento ti segnalo il libro So quel che fai, di Giacomo Rizzolatti e se ti è piaciuto l’articolo condividilo.  

 

A presto

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Giuseppe Vargiu ()

Website: http://www.sinapsicoaching.it

4 Replies to “Neuroni | inorueN specchio. Fisiologicamente empatici”

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