Glielo hai detto o comunicato?

Perché? Non è lo stesso?

Beh, non proprio. Comunicare è qualcosa di più, molto di più.

Oggi ti dico la mia sul vero significato, i tanti e diversi modi di comunicare e poi, vedrai, lo farai in maniera diversa, più efficace e consapevole.

 

Te l’ho detto, ma tu non capisci… 

 

Ti sarà capitato di dire o sentire qualcosa di simile, è quello che capita spesso al lavoro, in famiglia. Pensi di aver espresso chiaramente ciò che volevi, ma il tuo interlocutore non reagisce come avevi previsto.

Una delle presupposizioni della PNL dice che

Il significato della tua comunicazione è dato dal risultato che ottieni. 

La comunicazione è una cosa complessa fatta di tante e diverse componenti. Un classico modello di comunicazione considera che essa abbia origine da una fonte  che elabora un messaggio, codificandolo in un certo modo, e lo trasmetta, attraverso un mezzo, a un destinatario che, prima lo decodifica, poi lo riceve e, infine, manifesta un comportamento che, per il destinatario, è un feedback, cioè quello che gli ritorna come risultato per ciò che ha comunicato. 

Già le origini della parola comunicare ti possono dare una prima importante indicazione. Dal Latino, infatti, Cum (Con) munire (legare), comunicare vuol dire collegare, mettere in contatto due o più interlocutori i quali, reciprocamente, si scambiano messaggi in vario modo. Ebbene, questo collegamento si può realizzare in molti modi oltre quello Verbale che tutti utilizziamo e che rientra nell’ambito del linguaggio cosiddetto Non Verbale

Paul Watzlawick, noto psicologo austriaco naturalizzato  statunitense e grande esperto di comunicazione, nel suo famoso libro Pragmatica della comunicazione umana, ne descrive i 5 assiomi il primo dei quali è 

 

Non si può non comunicare.

 

Cioè? E se non parlo come gliele dico le cose?

 

Dipende. Puoi collegarti e comunicare alle persone tante cose per le quali a volte non servono le parole, anzi. Albert Mehrabian (Psicologo statunitense) dimostrò scientificamente che, per comunicare sentimenti e atteggiamenti, le parole hanno un peso soltanto del 7%, il Paraverbale il 38 % e il Non Verbale addirittura il 55 %.

 

Paraverbale

 

Ti amo, sei la persona più importante per me può trasmettere i tuoi sentimenti in modo più coinvolgente se glielo dici abbassando il volume (a meno che non sei in discoteca), parlando lentamente e usando un tono grave e discendente piuttosto che gridarglielo con un tono da bambino isterico.

 

Non Verbale

 

Se ti avvicini a meno di un metro, la guardi negli occhi e respiri con calma avrai maggiori probabilità di farle battere il cuore invece di rimanere dall’altra parte della stanza, guardare l’orologio e respirare affannosamente.

Un altro modo di comunicare riguarda la cosiddetta Prossemica, (dall’inglese proximity, prossimità) cioè il significato che dai al comportamento di qualcuno relativamente alla distanza che mantiene da te. Se, per esempio, qualcuno per strada ti viene incontro, il tuo stato di allarme aumenta col diminuire della distanza e quindi, se ti si avvicina troppo, anche se non lo conosci o non sai il motivo per il quale si sta avvicinando, attivi i meccanismi di reazione (gli meni) o fuga (corri). Esistono, per ciascuno di noi, distanze più o meno precise corrispondenti a uno specifico significato che gli attribuiamo inconsciamente.

A seconda dello spazio che ci separa dall’altra persona la distanza è:

  • pubblica, oltre i 5 metri, 
  • sociale, fra 1,2  e i 3/5 metri, 
  • personale, tra 45 cm e 1,2 metri, 
  • intima, tra 15 e 45 cm

Così pure ti comunica qualcosa la velocità con la quale una persona si muove facendo le cose, cioè la Cronemica. Se vedi uno che si muove con calma, facendo quello che deve fare senza affannarsi penserai che è una persona sicura di sé, che sa dominarsi oppure, se esagera, che è un bradipo. Di contro una persona che si muove frettolosamente, facendo tre cose insieme e non si accorge di quello che gli sta succedendo intorno, probabilmente ti trasmetterà un po’ d’ansia o forse energia.

 

L’abito non fa il monaco! 

 

sentiamo spesso dire. E tu cosa ne pensi? Se ti si avvicina un barbone, con i vestiti logori, tutto sudicio e che emana un odore…bleah, sei disposto a dargli credito? Probabilmente no. I tuoi schemi mentali te lo impedirebbero. Il suo aspetto esteriore, l’abbigliamento, ti sta comunicando dei dati che, confrontati con quelli che hai in memoria, ti predispongono a farti un’idea di lui di persona poco raccomandabile. Il che magari è vero e allora, in questo caso, lo schema mentale ti ha aiutato a decidere velocemente di allontanarti da lui. E se invece quell’uomo fosse un burlone, pieno di soldi, che si sta divertendo a testare il comportamento delle persone? Come puoi escluderlo? 

Lo stesso vale per i Segnali olfattivi, gli odori buoni o cattivi che percepisci. Quando senti un odore di cipolle, ti guardi intorno per capire chi diavolo è che non si è lavato o se stai passando vicino a un kebabbaro. Nel primo caso, la persona che hai individuato ti comunica che non va’ molto d’accordo con l’acqua oppure che ha una qualche disfunzione alle ghiandole sudoripare. D’altro canto un profumo di Chanel addosso a una bella donna contribuisce a rievocare in te istinti da allupato che ti fanno voltare immediatamente salvo accorgerti che la donna che lo emana è strabica, ha un neo grosso come un cece sul naso e le orecchie di Dumbo. Questa volta l’informazione sensoriale olfattiva ha richiamato sigh! lo schema mentale sbagliato.

 

Verbale

 

E le parole?

 

Certo, il linguaggio parlato riveste, al pari di quello non parlato, un’importanza cruciale. Le parole evocano immagini alle quali attribuisci un significato (Memoria semantica) in relazione al quale generi comportamenti. La PNL, Programmazione Neuro Linguistica, attribuisce al linguaggio il potere di programmare la mente delle persone, in un modo o nell’altro, buono o cattivo. E’ inevitabile che accada sia che lo si faccia in maniera consapevole, avendo la conoscenza dei numerosi meccanismi per gestire una comunicazione efficace, o inconsapevole. Lo facciamo sempre, ogni giorno, con chiunque parliamo. Quando dici a tuo figlio di usare le posate per mangiare, stai fornendo precise istruzioni al suo cervello, lo stai programmando, affinché impari a farlo. Allo stesso modo, se usi parole inappropriate, orienti la mente del tuo interlocutore in una direzione diversa da quella che desideravi. Un esempio tra tanti, l’uso delle negazioni. Il cervello non le riconosce, quindi se dici a tuo figlio di non infilarsi le dita nel naso, gli hai spedito il messaggio inconscio di infilarcele. Questo perché le tue parole hanno richiamato nella sua mente l’immagine di sé mentre lo fa. Dunque l’alternativa linguistica è usare sempre frasi positive come, nello specifico, Tesoro, usa il fazzoletto per soffiarti il naso.

Voglio completare questa carrellata sulle diverse modalità comunicative con un cenno alla lingua dei segni ossia il linguaggio utilizzato dai sordi. Dal punto di vista cognitivo sfrutta le stesse aree cerebrali e risponde agli stessi principi e condizioni per l’apprendimento e, in particolare, l’essere esposto a quella lingua. Inoltre si avvale di ogni possibilità concessa dall’uso delle mani, delle espressioni facciali, i movimenti labiali e della postura. Si può semplicemente parlare o perfino recitare poesie utilizzando differenti micromovimenti che, all’occhio dell’inesperto, non sono nemmeno percepiti. E’ un mondo comunicativo affascinante, nato in epoca relativamente recente, che ha restituito alle persone prive dell’uso dell’apparato fonoarticolatorio la possibilità di esprimersi come chiunque, anche se attraverso un’altra…lingua.

Per sfruttare ogni tipo di informazione che ti arriva dalle parole, dal modo come sono pronunciate, dalla gestualità e goderne i vantaggi è necessario orientare l’attenzione sul tuo interlocutore e dedicargli, completamente, il tempo che trascorri con lui a…comunicare.

 

Sono certo, lo apprezzerete entrambi. 

 

Ecco la Mappa mentale dell’articolo che ti aiuterà a ricordare meglio i contenuti. 

Gli articoli che leggi sono un mio libero contributo alla tua felicità e al tuo benessere e sono gratuiti. Sarò veramente felice quando vorrai condividerlo e scriverai qui di seguito un tuo commento, importantissimo per me per conoscere il tuo punto di vista. 

 

Giuseppe Vargiu

SPC SinaPsiCoaching

About the Author

Giuseppe Vargiu ()

Website: http://www.sinapsicoaching.it

7 Replies to “Comunicare è solo dire?”

  1. Bellissimo articolo.
    Se posso permettermi di darti un suggerimento, gli esempi, tipo nella comunicazione non verbale o nei segnali olfattivi, dovrebbero essere adatti anche ad un pubblico del gentil sesso.
    Mi piace molto la parte delle frasi positive perché nella mia disciplina che è il Reiki questo assume una valenza particolare.
    Grazie. Sei un grande.
    Un abbraccio.
    Antonio

  2. Grazie a te Antonio per il tuo feedback puntuale e sempre gradito.
    Pensa che mentre scrivevo l’articolo mi sono riproposto di curare, negli esempi, anche la par condicio come potrai notare nel prossimo articolo.

  3. Articolo davvero interessante, in realtà già conoscevo l’argomento , ma è stato utilissimo rispolverare alcuni atteggiamenti in cui mi riconosco (faccio tre cose insieme e mi muovo frettolosamente procurando ansia a chi mi sta vicino ). Grazie ancora, aggiustero’ il tiro e poi ti dirò com’e andata 😊

  4. e se si potesse comunicare “entrando nella testa” dell’interlocutore e recepirne i pensieri, tutto sarebbe più facile e chiaro….. meglio di no.
    Un abbraccio Umberto

    1. Beh, Umberto, se ci pensi si può fare, in misura più o meno efficace rispetto a quanto ‘attivo’ è il tuo ascolto nei suoi confronti.
      Se, almeno per il tempo che passi con lui/lei, riesci a orientare tutta la tua ‘attenzione’ sulle parole che dice, sul tono e sul volume che usa, sulle espressioni del volto e sulla sua postura forse riuscirai, non solo a entrare nella sua testa, ma a immergerti completamente in lui/lei.
      E, sono sicuro, tutto ‘sarà’ più facile e chiaro.
      Grazie Umberto, un abbraccio anche a te

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